Un mistero lungo quarant’anni: la scomparsa di Marco Dominici.

Chiunque viva a Centocelle prima o poi sente raccontare la storia di Marco Dominici.
Una storia che non ha di certo un lieto fine o meglio non ha una fine.
La domenica del 26 aprile 1970 Marco ha 6 anni, è appassionato di pallone e film western come tutti suoi coetanei. Abita in via dei Ciclamini a due passi dall’oratorio Don Bosco e dopo pranzo chiede alla mamma il permesso di andare al cinema che si trova all’interno della congregazione dei Salesiani. Quella sera però non torna a casa.

La scomparsa di Marco in prima pagina su ”Il Messaggero” del 28 aprile 1970

Subito scattano le ricerche e si interrogano i compagni di giochi: Massimo Rosseni, il bambino che abita nel suo stesso palazzo, afferma che al cinema Marco era seduto accanto ad un ragazzo sui vent’anni vestito di nero e dopo la proiezione si è allontanato verso il Quarticciolo anziché tornare a casa. Alcuni lo hanno visto invece salire su una berlina rossa, altri dicono di non averlo mai visto arrivare all’oratorio quel pomeriggio. Sin dai primi momenti non si hanno certezze se non che il bambino non si trova da nessuna parte. Sembra essersi volatilizzato.
Nelle ricerche capeggiate dal Dr. Palmieri vengono impiegati cani poliziotto del centro cinofilo di Nettuno e più di 800 agenti.
Si cerca nei campi Rom, nelle fungaie del parco di Centocelle, nelle condutture di scarico. Saranno interrogati, senza ottenere dati rilevanti, più di 1000 ragazzi.
Le indagini si orientano soprattutto nell’ambiente della prostituzione e tra i cosiddetti “deviati” del quartiere. Il responsabile dell’oratorio Don Mario Ballerini fa il nome di Giuseppe Soli, un uomo di 33 anni originario di Ragusa appena uscito dal manicomio Santa Maria della Pietà e subito parte la caccia al mostro. Nei giorni successivi alla scomparsa, Giuseppe, che viveva col fratello al Tuscolano, si era allontanato da Roma. Viene ritrovato a Caserta dai Carabinieri mentre cerca di rubare una bici. Portato in caserma e interrogato è subito rilasciato per insufficienza di prove e rispedito in manicomio.
Nel frattempo il caso è sui giornali e tutta Italia si stringe intorno alla famiglia del piccolo.
La madre Paola ha altri due figli a cui badare, il padre Roberto lascia il lavoro per mettersi alla ricerca di Marco, battendo metro per metro non solo Centocelle ma tutta la città, spingendosi fino all’Eur e oltre.

La casa di Marco oggi, in via dei Ciclamini 217.

Centinaia di segnalazioni arrivano alla polizia. Una vicina dei Dominici riceve la telefonata di una donna che dice di avere Marco con sé, di non preoccuparsi e abbandonare le ricerche. In realtà si trattava soltanto dell’ennesima mitomane.
Fra tutti gli avvistamenti solo uno risulterà attendibile, quello dei coniugi Astolfi che alle tre di notte sentono un bambino piangere sotto la loro abitazione in via del Campo 50 all’Alessandrino. La reazione che hanno è quanto mai insolita e umanamente inspiegabile. Impauriti non aprono alla richiesta d’aiuto del piccolo e si chiudono dentro casa. Questa sarà l’ultima volta che Marco viene visto in vita. Forse poteva essere salvato, forse no. Non lo sapremo mai. Da tutti Roberto Dominici ottiene solidarietà e la massima disponibilità tranne che dall’oratorio, che spesso gli chiude le porte, come lui stesso dichiara in un’intervista rilasciata a “Chi l’ha visto?” nel 2014.
Passano giorni, mesi e anni, di Marco nessuna traccia.
Fino al 1977.
Nel maggio di quell’anno Antonio Zacaria, Pietro Finamore e Fabrizio Alfano, tre ragazzi del quartiere, si calano all’interno dei cunicoli del Forte Prenestino (all’epoca ancora in stato d’abbandono) per cercare residuati bellici da vendere a Porta Portese. Con molta sorpresa trovano invece dei resti umani di varia natura: in un sacco di plastica la costola di un bambino, dei brandelli di stoffa e le scarpette indossate da Marco il giorno della scomparsa. Sparsi nell’arco di 7 metri quadrati ci sono altre ossa di bambini, adulti e animali. Avvertita la polizia viene subito setacciato il cunicolo, tra i reperti conservati ci sono anche un maglioncino e una tutina da calcio.

Arbusti del Forte Prenestino oggi.

I familiari di Marco sono scettici, ci sono oggetti appartenenti al figlio ma come avere la certezza che quelle siano davvero le sue ossa? All’epoca non esisteva ancora il test del DNA.
Si scopre immediatamente che l’ingresso nel cunicolo è possibile, oltre che attraversando un fossato molto impervio, attraverso due botole entrambe murate e con accesso da luoghi interni all’oratorio. Diversi testimoni dichiareranno che l’apertura di queste caditoie fu murata successivamente alla scomparsa del bambino.

Porta murata dietro ad un cancello del ”Don Bosco”.

In troppi si chiedono come mai il Forte Prenestino non sia stato setacciato da cima a fondo quando Marco è scomparso, essendo così vicino all’oratorio. Non si avrà una risposta. Il ritrovamento delle ossa riapre le indagini e si torna a parlare di Giuseppe Soli, l’unico indiziato, di nuovo arrestato cautelativamente e poi processato. Tenuto in carcere per ben tre anni viene infine assolto con formula piena grazie anche all’avvocato Rocco Ventre, fra i pochi a credere fermamente nella sua innocenza a differenza della stampa e dell’opinione pubblica colpevolista.
Facile scaricare tutto sul malato di mente ma molte cose non tornano, troppe le piste scartate o non approfondite. Nello stesso anno della scomparsa alcuni sacerdoti ed educatori del Don Bosco furono arrestati per atti libidinosi ma nessuno ricollegò questi fatti alla scomparsa di Marco, nemmeno si riuscì a capire in che momento l’accesso alle botole fu murato o chi fosse l’uomo vestito di nero seduto accanto al bimbo nel cinema.
Come se non bastasse qualche anno fa il comune di Roma ha avviato le pratiche di spostamento dei resti del piccolo Marco in un ossario. Roberto Dominici ha dovuto pagare 3000 euro per far sì che ciò non accadesse, se non altro per poter un giorno eseguire il test del DNA e sapere una volta per tutte se dentro quella cassa c’è davvero suo figlio.

Ingresso dell’oratorio Don Bosco in un giorno di maggio del 2017.

 Foto di Eleonora Tahari

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